
Se la Storia della Valle Pesio fosse scritta da un ispirato poeta, forse l’esordio delle sue vicende si aprirebbe “nel vasto anfiteatro alpino che cinge la città di Cuneo” dove, tra nevi perenni che scintillano alla luce, si apre, ammantata di abeti e castagni, la Valle del torrente Pesio. Una descrizione non molto lontana da quella che, nel 1978, Giorgio Beltrutti fece nel suo volume dedicato alle vicende storiche della certosa e della sua valle.

Essa, sin dall’antichità, rimase ai margini delle principali direttrici di comunicazione tra l’Italia e le Gallie, concentrate soprattutto nei valichi del Monginevro e del Gran San Bernardo. Tuttavia, la sua importanza non fu trascurabile, perché una mulattiera la attraversava, fungendo da collegamento tra i villaggi della pianura – inclusi nella IX Regio “Liguria” dell’ordinamento augusteo – e la Provincia Alpium Marittimarum, ovvero la Provenza. Questa via, seppur modesta nella forma, ebbe un ruolo essenziale nelle relazioni economiche e culturali.
La principale rete stradale romana nel Piemonte sud-Occidentale si sviluppava lungo la valle del Tanaro. Più a valle sorgevano centri di rilievo come Alba Pompeia, Pollentia e Augusta Bagiennorum, creando un collegamento diretto tra la pianura Padana e il mare, da Hasta (Asti) a Vada Sabatia (Vado di Savona). Parallelamente, una via prealpina metteva in comunicazione diversi insediamenti posti ai piedi delle Alpi, da Augusta Taurinorum fino a Pedo (Borgo S. Dalmazzo), toccando Caburrum (Cavour), Forum Vibii (Envie), Hirpidiascus (Piasco), Forum Germanorum (Caraglio) e attraversando località oggi in parte scomparse. Queste strade rappresentavano veri e propri corridoi di scambio e, per l’imperatore Augusto, erano considerati territori gallici.

Ma qui arriviamo a ciò che maggiormente ci interessa. Per le tribù dei Vagienni, stanziate nella pianura e dedite alla pastorizia, la via della Valle Pesio costituiva il percorso più diretto verso gli alpeggi estivi o verso il mare di Nizza, dove potevano procurarsi il sale. Ah, il sale! Bene indispensabile per la conservazione degli alimenti e la vita pastorale. Questa strada, pur lontana dal centro doganale di Pedo – dove si riscuoteva la Quadragesima Galliarum – era probabilmente frequentata, non solo da mercanti e allevatori, ma anche da truppe militari e contrabbandieri. Dunque, come non pensare che proprio in queste terre potessero consumarsi conflitti di grande portata. Eh sì. Nel 14 a.C. le tensioni generate dalle imposizioni romane sfociarono in una vasta rivolta delle tribù celto-liguri. La risposta fu brutale e, sotto il comando di Tiberio e Druso, le legioni romane avanzarono lungo le valli, incendiando villaggi e spezzando ogni forma di resistenza. E in effetti le fonti antiche descrivono queste terre come aspre e difficili, con passi alpini impervi e abitate da popolazioni fiere e audaci.

Questa antica percezione, ad un certo punto, iniziò a riflettersi anche nella documentazione medievale. L’alta Valle Pesio veniva, infatti, indicata con il nome di “Ardua”, termine che richiama esplicitamente la difficoltà dei suoi valichi. Più precisamente, la Cronaca di Dom Stefano de Crivolo – all’interno del volume del Caranti (1900) – fa riferimento alle montagne e ai valloni racchiusi tra Serpentera, Marguareis, Carsene e Vaccarile. Di fatto con lo stesso appellativo usato dagli antichi scrittori romani.
Inoltre, doveva esserci un castello o un fortilizio – ricordato in un atto del 1260 – che permetteva di controllare la strada e, al contempo, di riscuotere le gabelle. Proprio sul colle detto di “Ardua”. Questo, a conferma dell’importanza strategica della valle come via di transito e controllo.

Nel Medioevo le mulattiere della valle Pesio furono percorse da una moltitudine di viaggiatori – racconta sempre Beltrutti –, pastori con le loro mandrie, pellegrini diretti ai grandi santuari europei, mercanti carichi di merci e, non di rado, banditi. Le vie si diramavano in più direzioni, collegando la valle con quelle del Vermenagna, del Roya e le rotte verso il mare Ligure. Indubbiamente una rete viva e pulsante. Dal pianoro del colle detto “d’Ardua”, una mulattiera saliva per il vallone del Vaccarile e scendeva per il vallone di Almellina, dove passava la strada per il colle di Tenda. Un’altra dal Pian delle Gorre proseguiva per il vallone del Salto, verso Porta Sestrera, quindi ai villaggi di Carnino, Viozene e per il Colle di Nava, che si innestava sulla strada per Albenga. Un’altra mulattiera dal vallone del Salto s’arrampicava al Passo del Duca, quindi dal Colle di Malabera scendeva lungo il vallone di Riofreddo a Tenda, in valle Roya.
Ma la storia di questa valle non fu priva di drammatiche interruzioni. Con il crollo dell’Impero romano, il territorio era stato travolto dalle invasioni barbariche. Le città decadute, i centri urbani spopolati e nuove dominazioni si erano susseguite. I Longobardi, giunti nel VI secolo, avevano organizzato il territorio in ducati e inserito la valle Pesio in quello di Asti. Successivamente, con l’avvento dei Franchi e le riforme carolinge, il sistema amministrativo si era, quindi, frammentato in contee. Sino al dissolvimento delle dinastie carolingie e a una nuova ondata d’instabilità. Quindi, Ungari e Saraceni devastarono il territorio tra il IX e il X secolo, distruggendo monasteri e villaggi locali. E le incursioni saracene, in particolare, lasciarono profonde ferite. Quei pirati, provenienti dall’Algeria e dalle coste della Spagna, distrussero, ad esempio, Nizza nel 729 e, un secolo e mezzo dopo, saccheggiarono anche città come Aix e Arles. Mentre, nelle nostre zone, vennero abbandonate intere aree e la diocesi di Alba fu temporaneamente soppressa, a causa dello spopolamento. Solo a partire dall’anno Mille si avviò una lenta ma decisiva rinascita.

Il paesaggio dell’attuale Provincia di Cuneo, un tempo segnato da numerose paludi e foreste, fu progressivamente trasformato grazie all’opera instancabile degli Ordini monastici. I monasteri, sì, proprio i monasteri con i suoi uomini di fede, furono i propulsori dello sviluppo. Dissodarono terre, bonificarono paludi come quelle nella zona di Margarita, e l’agricoltura e l’allevamento aumentarono notevolmente. Il contributo dei monaci non fu soltanto economico, il loro apporto fu soprattutto di natura sociale e spirituale. Offrirono un modello di organizzazione e di solidarietà che concorse alla rinascita delle comunità.
E in questo contesto – certo, qui molto semplificato – si inserisce il grande movimento di Riforma della Chiesa, culminato nella lotta per le investiture. Le tensioni tra potere imperiale e papato segnarono profondamente l’Europa dell’XI secolo e, proprio in questa stagione di rinnovamento spirituale e istituzionale, tra i protagonisti emerge la figura di Brunone, fondatore dell’Ordine certosino (1084). Egli scelse la solitudine delle montagne, fondando la prima comunità certosina in un luogo isolato e silenzioso, Chartreuse – nella Savoia –, dando vita a un’esperienza che rappresenta una sintesi perfetta tra tensione spirituale e ricerca di purezza evangelica.

Meno di un secolo dopo, anche nel Piemonte meridionale sorgeranno certose, sull’esempio francese: a Casotto e in Valle Pesio. Sempre provviste di una Correria, destinata ai conversi che si dedicavano al lavoro manuale, testimone di una precisa organizzazione della vita monastica, in cui le dimensioni spirituale e materiale trovavano un equilibrio.
In ogni certosa – e non di meno nella nostra, quella di Santa Maria – l’aura di austerità e raccoglimento segnava una distanza netta dal tumulto del mondo. La vita claustrale si nutriva di silenzio, studio, lavoro e, soprattutto, della trascrizione di codici antichi. Ma, lungi dall’essere una realtà chiusa e isolata, la certosa di Pesio, con i suoi monaci, promosse il dissodamento di terre e vennero impiantati castagneti, furono introdotte nuove tecniche agricole e incrementati i pascoli. Ma, soprattutto, organizzate vere e proprie unità produttive, ossia le grange; per non parlare di nuove segherie, mulini e martinetti per la lavorazione del ferro. E, sempre parafrasando e sintetizzando Beltrutti, furono i certosini a favorire la già citata opera di bonifica delle pianure circostanti, come nel caso delle terre attorno al lago di Santo Stefano di Beinette o nella zona irrigata dal canale del Vermenagna, che rese coltivabili vaste superfici. Indubbiamente, nel tempo, le proprietà certosine si estesero per centinaia di giornate di terreno, anche verso Cuneo, e l’organizzazione del lavoro coinvolse un gran numero di persone. Sebbene le cronache di Stefano de Crivolo e Benedetto da Costaforte (Caranti, 1900) ci restituiscano, per lo più, le gravi tensioni con le comunità locali che, nei secoli, caratterizzarono le vicende storiche legate alla certosa di Pesio. Cronache che raccontano di assalti, incendi, scomuniche e processi. Tanto che il monastero, pur forte delle sue prerogative e spesso protetto da autorità religiose, si trovò al centro di scontri difficili, soprattutto con gli abitanti di Chiusa, in aperto contrasto con i certosini. Ma, questa, è Storia nota.
Manola Plafoni
(questo articolo è comparso sul N. 49 – giugno 2026 | Rivista storica “Chiusa Antica”)
[Foto: Samantha Plafoni e Franca Musso]
