Un racconto di montagna

Supponi, cuore, sia un’estate degli anni Ottanta. La valle piena di gente, sui tavolini dei bar chiassosi, piccoli bicchieri con Pastis. Il bucato steso sui balconi, gerani, dialetto ligure che si mescola al francese e al “gnèn” locale.
È un estate di quarant’anni fa. Un trattore passa sulla strada e si dirige in un prato. Dietro è attaccato un autocaricante che si riempirà di erba per le capre e le mucche rimaste nella stalla, non salite ai pascoli. I piccoli allevatori locali provvedono in proprio alle loro bestie.
In lontananza si sente una motosega, in piazza i ragazzini si ritrovano per scherzare e qualcuno cerca di rimediare un appuntamento con la bella francese. Cinquecento lire scendono nel Jukebox e partono due canzoni. Gli alberghi ospitano villeggianti che si fermano per mesi. Una signora romana chiede se a Chiusa Pesio si può fare una manicure. Il giorno dopo la villeggiante, seduta al tavolo per il pranzo, afferra un “filone di Dino” e le sue unghie sono di un bel rosso acceso. Ma le donne del posto non portano lo smalto.
Sul sagrato della chiesa una signora con una lunga gonna scura spazza e bagna i fiori. Le campane rintoccano. Sul monte Pigna, se presti attenzione, vedrai che quei puntini bianchi non sono pietre… Stanno andando a destra, verso Mascarone.
Non lontano dal Pilone dell’Olocco un uomo falcia l’erba, “sün en riva” direbbe, e in effetti non si può tagliare l’erba in un punto così ripido, se non con la falce. Di lì a poco si siede e affila la lama con la pietra che aveva nell’astuccio della cinta. È un suono metallico, costante, armonioso, quello che risuona nell’aria.
Un pescatore prepara l’esca e lancia l’amo nel torrente. I suoi pensieri hanno la stessa voce dell’acqua fresca. Nessuna parola, solo gorgoglii. Non lontano, su una panchina nel chiostro della Certosa, un uomo posa per un istante il suo libro e guarda, sovrappensiero, gli archi regolari che scandiscono due lati porticati. Stava leggendo un libro vincitore del premio Strega, un romanzo di Umberto Eco. Si domanda se anche lì, un tempo, ci fosse uno scriptorium. In una stalla un secchiello si riempie di sangue. Il manico del coltello per scuoiare il capretto è di legno. Nell’”arbi” un pezzo di sapone di Marsiglia è appoggiato sopra i panni umidi. Le mani di una donna affondano nel latte e caglio e vanno a riempire piccoli cestini di plastica, per formare “tumìn”.
Nella piazza della frazione Vigna una bambina si entusiasma nel vedere arrivare un trenino bianco. Sa che anche quest’anno sua nonna le comprerà il biglietto per salirci sopra e, chissà?, forse la mamma le permetterà di fare anche qualche giro sulla giostra a catene con lei, puntando i piedi sulla pista per poter prendere una bella rincorsa e volare in alto, fino a prendere il fiocco. Sulla stessa piazza, in fondo, accanto alla cabina del telefono, un ballo a palchetto ricorda un piccolo circo. Pochi minuti e si sentono delle urla, come una discussione. Niente di grave, qualcuno sta giocando a carte e c’è sempre da polemizzare su un sei di denari calato troppo in fretta.
È un’estate come tante, ci sono donne che stendono la pasta per fare “le raviole” o preparano la giardiniera. Un trattore scende carico di grandi tronchi, un altro ha un girello per il fieno agganciato che, di lì a poco, formerà delle “comme”, gonfie file di fieno, pronte per essere imballate. Sotto il sole, i famigliari rastrelleranno con cura, per non sprecarlo. I grilli saltano nel prato.
Due vicini di casa s’imbattono nella macelleria ma non si rivolgono la parola. Per la via passa un uomo con una carriola. In una cantina due forme di formaggio sono ben riposte, protette, sulla stagera e “micche” di salame sono appese ad un bastone orizzontale. Al bar si ferma una piccola comitiva di ritorno dal Rifugio Garelli e due di loro hanno raccolto del genepì tra le rocce a monte dei laghetti del Marguareis. Confabulano sottovoce. Le dosi per l’alcool non sono ben chiare. Sul tetto di una villetta due uomini riparano la grondaia dell’abitazione estiva.
La sera, poi, in piazza ci sono molte persone. Un gruppetto arriva in Vespa. Dai campi da bocce il suono dello scontro tra le sfere metalliche è sinonimo di “trük”, un buon tiro con cui si toglie la boccia avversaria più vicina al boccino. Ad un tavolo quattro uomini stanno cantando. Uno di loro, bicchiere di Dolcetto alla mano, fa il basso.
Al bancone del bar ci sono molte persone del paese. Due ragazzi mangiano un Mottarello. La sala è sempre più avvolta da una nube di fumo di sigarette. Le voci si fanno più forti. Si parla solo in piemontese ma i genovesi che qui hanno le loro seconde case capiscono perfettamente.
La domenica la chiesa è colma. I bambini che fanno i chierichetti alla fine della messa ritireranno il Giornalino ed usciranno fuori di corsa, ridendo e rincorrendosi. Il parroco si fermerà a pranzo a casa di qualche comparrocchiano e mangerà tajarin al burro e salvia, preceduti da qualche fettina di salame, incalzato dal padrone di casa.
Suona il telefono. Una donna alza la cornetta ed esordisce con un caloroso “Ciao! ma come state, quanto tempo.”
Ora supponi, cuore, che la nostalgia che accompagna i ricordi sia un moto positivo. Un bisogno legato alla memoria con un effetto rappacificante. I boschi sono rimasti là. Forse un po’ meno curati. Ma le foglie, i tronchi, i rovi, le felci, i fiori, la terra, i fughi… sono ancora là. La luce, al mattino presto, sulle montagne è sempre la stessa. E se non c’è più nostra nonna, il vicino di casa, o l’amico non più tornato in valle, se ti sporgi verso il torrente l’acqua sta continuando a scorrere.
Dalla dolenza del ricordo emerge un phanta rei disilluso, una commistione tra le persone e la propria terra d’origine, non ancora contaminata dalla moda del “bio” e della “montagna social”, che sono semplicemente finzione. Ma negli ultimi decenni è subentrata la fantasia dell’evasione, un moto – più o meno inconsapevole – che lega la natura ad una forma di purezza e, di conseguenza, contro la società industrializzata e consumistica sempre più affermata.
Il passato non prescinde dalle tradizioni, ma ad essere davvero lontane sono le persone. Ciò che manca davvero sono le persone. Sempre meno numerose. La montagna, in fondo, aiuta il senso nostalgico dell’altrove positivo e i boschi che ci circondano li riconosciamo come un mito consolidato.
Manola Plafoni
Articolo presente sul N. 44 – dicembre 2023, della rivista storica “Chiusa Antica“.
